Il direct costing spesso più noto con il nome di variable costing è una metodologia molto diffusa nel controllo di gestione. A cosa serve? Quando utilizzare questa tecnica di analisi?

La tecnica del direct costing parte dalla distinzione tra due gruppi di costi: i costi fissi e variabili. In pratica, chi utilizza il direct costing si focalizza solo sui costi che sono allocabili in maniera oggettiva ai prodotti o alle linee di business, che si vogliono monitorare. I costi fissi vengono invece considerati costi comuni.

Questo evidenzia la netta differenza con il full costing, che si muove nella logica di attribuire tutti i costi siano essi fissi o variabili ai vari oggetti di calcolo. I costi diretti vengono allocati in modo oggettivo, mentre i costi fissi attraverso l’utilizzo di coefficienti di imputazione (incidenza dei ricavi, incidenza dei volumi, incidenza dei margini, ecc).

Pertanto come potete ben capire il direct costing permette di avere un risultato di primo  e secondo margine con esatta allocazione dei costi specifici sostenuti per ciascun prodotto o nell’ambito di una business unit. Vengono invece tralasciati dall’analisi i costi fissi in quanto  sarebbero da allocare in maniera soggettiva e pertanto potrebbero dare interpretazioni errate dell’andamento del business.

Ricorda: Nela tecnica del direct costing solo i costi variabili sono attribuiti ai prodotti, mentre i costi non variabili vengono considerati costi di competenza del periodo in cui sono sostenuti o a cui sono attribuiti – Imerio Facchinetti – Contabilità analitica

 

Perchè i costi fissi non sono considerati nella tecnica del direct costing?

I costi fissi vengono classificati come costi di struttura e quindi come costi generali o comuni e in pratica rappresentano quel gruppo di costi che l’impresa sostiene per raggiungere un certo livello di produzione sulla base delle risorse disponibili.

Infatti, entro un certo livello di produzione i costi fissi non variano. Inoltre non trovando una relazione diretta con i prodotti o le linee di business, vengono ritenuti non idonei per essere allocati. Infatti l’attribuzione dei costi fissi sarebbe comunque effettuata su logiche soggettive, che potrebbero portare a risultati diversi a secondo del criterio di ribaltamento, che verrebbe scelto.

Questa situazione viene considerata molto rischioso dagli adepti del direct costing, proprio perché potrebbe portare a interpretazioni errate della situazione e conseguentemente a scelte strategiche non congrue.

tecniche del direct costing

Direct costing: quali configurazioni di costi?

Nella tecnica del direct costing possiamo mettere in risalto il concetto di costo primo variabile, che è dato dal seguente calcolo:

Costo del personale diretto di produzione + Costi dei materiali impiegati nella produzione + Altri Costi specifici sostenuti per produrre il prodotto.

La seconda voce da evidenziare è quella che viene chiamata costo industriale variabile ed è data dalla somma tra il costo primo variabile e la quota dei costi generali variabili.

Arriviamo infine a un costo totale variabile come somma tra il costo industriale variabile e la quota di costi generali commerciali variabili.

 

Direct costing: il margine di contribuzione

Se poi sottraiamo il costo totale variabile ai ricavi otteniamo il margine di contribuzione ovvero quel valore che serve per coprire i costi fissi e per dare profitto all’azienda.

Questi semplici concetti applicati sulle diverse linee di business o di prodotto ci permetteranno di mettere in evidenza i vari margini e calcolare la % di margine sui ricavi. Avremo pertanto un risultato d’impatto immediato, che ci consentirà di esaminare il nostro mix di portafoglio e le singole performcances in termini di ricavi e profitability.