Intervista a Raffaele Gaito, growth hacker,  digital enterpreneur, blogger, public speaker,  formatore. Professionista multiponteziale, nomade digitale dalle mille risorse, con l’idea fissa dell’innovazione e della continua sperimentazione. Un’intervista a 360°: tra i temi presi in esame si evidenziano quelli del Growth Hacking e le relazioni con il mondo degli tartupper, la gestione del tempo e della produttività attraverso l’applicazione della tecnica del pomodoro. E ancora: l’evoluzione dell’ecosistema delle startup e le biunivoche sinergie con l’industria tradizionale.

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1) Ciao Raffaele, grazie della disponibilità. Partiamo con un po’ di storytelling sulla tua professionalità multipotenziale.

Ciao e grazie a voi dello spazio!

È vero, da un po’ di tempo a questa parte mi sono affezionato molto a questo concetto di “multipotenziale”, dopo aver visto un TED Talk (molto famoso) di Emilie Wapnick che ne parlava.

Da allora ho scritto un post sull’argomento (tra i primi a parlarne in Italia) e ho iniziato a utilizzare questo termine un po’ ovunque, quando mi dovevo presentare.

La cosa interessante è che, non solo è stato utile a me un po’ in tutti i contesti (dal semplice personal branding fino al rapporto con i clienti), ma è stato anche abbracciato da molti miei lettori che non erano a conoscenza di questo concetto e che oggi lo usano con disinvoltura.

Chi è brevemente un multipotenziale? È una persona che ha esperienze molto diverse tra di loro, ha conoscenze molto eterogenee e ha interessi di ogni tipo. Questa persona applica questo mix multidisciplinare nei problemi quotidiani (il lavoro, in primis) con ottimi risultati

2) Il tuo modus operandi è sempre alla continua ricerca della sperimentazione e dell’innovazione per favorire lo sviluppo e la crescita. La dimensione del tuo habitat naturale è il Growth Hacking: puoi spiegarci meglio di cosa si tratta?

Purtroppo, come spesso succede in questo campo, anche il Growth Hacking è ora vittima di un periodo di forte hype nel quale è difficile distinguere la fuffa dalle cose concrete. Molti che fino a ieri erano digital marketer oggi hanno cambiato la bio twitter e sono diventati Growth Hacker. Cercando in rete troverai mille definizioni di Growth Hacking, tutte di autori diversi che guardano la cosa da prospettive diverse. La mia preferita è quella di Wikipedia:

“il Growth Hacking è un processo di sviluppo prodotto e sperimentazione rapida su diversi canali per identificare i modi più efficienti di far crescere un business”.

Te la faccio breve: è un nuovo modo di concepire il Marketing, mischiandolo con conoscenze di Prodotto e Programmazione. E, cosa più importante, è un processo data driven basato su test ed esperimenti.

3) Il Growth Hacking è adatto solo alle startup oppure può essere d’aiuto anche ad imprese di tipo tradizionale”?

Risposta breve: è utilizzabile in qualsiasi azienda!

Risposta lunga: il fatto che il Growth Hacking sia valido solo per le startup è un mito nato perché le prime aziende ad utilizzare un approccio di questo tipo (più per esigenza che per scelta) sono state, appunto, le startup.

In realtà, una volta visto che il processo funziona e ha solide basi, si può utilizzare lo stesso approccio in qualsiasi tipo di azienda, con qualsiasi mercato e qualsiasi prodotto! Infatti qui ad Amsterdam (da dove sto scrivendo) ho visto tante grandi aziende fare affidamento su consulenti in Growth Hacking invece che in marketing “tradizionale”.

4) Sei decisamente un nomade digitale, che può lavorare ovunque. Come si riesce a tenere alti livelli di produttività in una simile situazione? Ho letto che adotti la tecnica del pomodoro per gestire il fattore tempo e per massimizzare la concentrazione sui task quotidiani. Puoi spiegarci meglio?

Si, utilizzo la tecnica pomodoro per gestire il mio tempo e i miei task. Ne ho provate tante ma l’approccio pomodoro è, allo stesso tempo, molto semplice e molto adattabile.

Per chi non la conoscesse, la tecnica pomodoro è un sistema di gestione del tempo che consiste nel suddividere l’intera giornata in slot di lavoro da 25 minuti (il pomodoro, appunto) e slot di pausa da 5 minuti. Ogni 4 slot di lavoro si fa una pausa di 15 minuti invece che di 5.

C’è poco da ricordare ed è gestibile con un semplice timer da cucina (ecco perché il nome pomodoro) o un’app per PC o Smartphone.

5) Secondo te, come sta evolvendo l’ecosistema delle startup italiane? Quali scenari futuribili?

Dopo un paio di anni in forte crescita sul lato investimenti vedo un rallentamento dovuto alla mancanza degli step successivi.

Mi spiego meglio: fino a qualche anno fa c’era il vuoto assoluto, ora invece è possibile entrare in un programma di incubazione di qualità, prendere un piccolo seed per sviluppare un prototipo e, perché no, prendere un investimento di “Serie A” di buon livello per iniziare a lavorare sul serio.

Il problema è che dopo questo step c’è, di nuovo, il vuoto. I casi di investimento superiori ai 5/10 milioni in Italia si contano sulle dita di una mano. Le startup che vogliono crescere sul serio (leggi affrontare il mercato internazionale) devono andare a cercare soldi fuori dall’Italia. Inoltre manca ancora la cultura della exit e senza quella, c’è poco da girarci intorno, l’intero meccanismo non funziona. Le grandi aziende che comprano le piccole startup generano un valore enorme per tutto l’ecosistema: creano casi di successo e gli imprenditori si trovano con tanta liquidità e o decidono di reinvestirla (diventando piccoli angel investor) o di ricominciare da capo (diventando imprenditori seriali). E il ciclo ricomincia da capo.

6) Domanda secca: La Startup deve essere locale o prima poi deve scegliere un processo di internazionalizzazione?

Se intendiamo la parola “Startup” nel senso classico del termine (e dovremmo) allora la risposta è una sola: deve decisamente essere globale dal giorno uno. In caso contrario si perde tutto il concetto di business model scalabile intorno al quale si fonda il concetto di startup.

7) Startup e Impresa tradizionale: quali sinergie? Quali opportunità? Secondo te sarebbe logico che le imprese tradizionali si abituassero con costanza ad “adottare” una startup per innovare e per dare impulso proattivo alla propria organizzazione?

Credo che ci siano ampi spazi di manovra quando si parla di sinergie tra startup e imprese tradizionali. Io ho sempre pensato che c’è tanto da imparare l’una dall’altra.

Le imprese tradizionali italiane hanno sicuramente bisogno di essere svecchiate e innovate (sotto parecchi punti di vista) e su quello possono “imparare” dalle startup. Dall’altro lato molti startupper si dimenticano che, in fin dei conti, stanno facendo gli imprenditori e che potrebbero imparare tanto da imprenditori “tradizionali” che forse non leggono TechCrunch e non hanno il Mac, ma che sarebbero in grado di vendere il ghiaccio al polo nord.

 

Risorse per approfondire

Se desideri approfondire il tema del Growth-hacking. ti suggeriamo di leggere la guida dal titolo “Growth Hacking: cos’è, come iniziare e come funziona” a cura di Raffaele Gaito