Giovani manager, uscite fuori dal coro

di Franco Morganti

Corriere Economia – Corriere della Sera

Lunedì 2 aprile 2007

Su queste colonne è stata raccontata la storia di John Mackey, fondatore di Whole Foods, la catena di supermercati biologici, che trent’anni fa era un esponente della «controcultura», abbigliato da hippy. Nei giorni scorsi ha visto la luce a Milano «Release», una rivista di controcultura Ict (Information and Communication Technologies), uscita da una costola di Beltel, la rivista di «cultura Ict» fondata da Gianni Di Quattro e ora diretta da Mario Citelli (www.releasemagazine.it). Release vuole tradurre ai giorni nostri quella controcultura californiana degli anni sessanta che, partendo dalla Silicon Valley, produsse in seguito fenomeni imprenditoriali come Microsoft, Apple, Amazon, Google, Yahoo, tutte nate in garage, tutte dovute a persone di cultura irregolare o poco canonica. Il vate attuale del movimento è Fred Turner, che ha scritto appunto «From Counterculture to Cyberculture».

L’idea è affascinante e vorremmo cercare di calarla nella nostra realtà di Pmi. Pensiamo alla foto storica del gruppo fondatore di Microsoft: una squadra di barbuti dai capelli incolti, con camicie fantasia, jeans e scarpe da jogging. Gente che lavorava fino a 18 ore al giorno inseguendo un sogno di frontiera.

Tutti diversi dai giovani che oggi già alla Bocconi vestono da manager, quando si laureano corrono all’estero al più canonico dei master in Business Administration, poi entrano in grandi fabbriche di consulenza come McKinsey o Accenture, dove fanno gavetta ma sempre azzimati con camicie bianche o azzurre, blazer e scarpe Church-like, per spiccare poi il volo verso grandi aziende o grandi amministrazioni. Siamo sicuri che questa sia la strada per costruire un’industria creativa e innovativa? D’altra parte non possiamo pensare che a cinquant’anni dalla controcultura californiana sia necessario vestire da hippy per essere creativi.

Non è necessario, ma rifiutare gli stereotipi aiuta, è una buona premessa per cercare altre strade, altri canoni. Sergio Marchionne ad esempio non usa cravatte, né Riccardo Illy, né Steve Jobs, ma nessuno di loro manca di solidità, né di grinta.

Sto pensando ai questionari che i nostri uffici del personale usano per selezionare i candidati, dove si chiede loro:

• Cosa fai del tuo tempo libero durante la settimana?

• Dove e come passi le vacanze?

• Che musica ascolti?

• Qual è il tuo sport preferito?

• Dove ti vesti?

Temo che le risposte più gradite dicano che il nostro candidato va in palestra, che in vacanza va in barca, che ascolta volentieri gli U2 ma ha anche seguito Sanremo, che lo sport preferito è il calcio e che si veste in un outlet di grandi marche. In altre parole ci piace vederlo omologato senza che lo dobbiamo plasmare con pacchi di cultura aziendale.

Forse dovremmo cominciare a preferire ragazze e ragazzi che nel tempo libero vanno a soccorrere portatori di handicap, in vacanza vanno in moto da qualche parte o si arrampicano su qualche roccia, che la musica se la cercano su iTunes, cui ogni tanto piace buttarsi da un ponte attaccato a un elastico e che si vestono in modo da essere sempre pronti a lavorare, a divertirsi o a fare jogging.

Oggi la rete è piena di opportunità. Molti si possono inventare un lavoro. Non pretendo che gli uffici del personale delle grandi imprese cambino stereotipi, ma che nella selezione dei nuovi imprenditori cui dare credito d’avviamento i banchieri cambino musica, questo sì sarebbe necessario. Mandiamoli un po’ in California, invece che tenerli qui fra Lodi e Verona o fra Milano, Torino e Brescia.

 

Fonte: www.analisiaziendale.it