Correva l’anno 1984. I risultati emersi dalle principali ricerche accademiche dei paesi occidentali rivelavano un dato che oggi parrebbe anomalo a quasi tutti i manager e esperti d’innovazione: il 37% dei laureati in informatica era di sesso femminile. Più del doppio, se confrontati con i numeri di oggi, pari al 17,6%. Anche se sembra impossibile da immaginare, per tutti gli anni settanta, la partecipazione delle donne ai corsi di programmazione era costantemente aumentata.

Potremmo spingerci a dire perfino di più: fino a quel momento, quello che oggi chiameremmo “sviluppo software”, la scrittura cioè di programmi per far eseguire ai personal computer elementari operazioni, era stato un settore dominato dalle figure femminili, strettamente legato alle affinità dell’informatica con la logica matematica, la codifica di codici segreti durante le due grandi guerre, la contabilità. Agli uomini era riservata la gloria di costruire e affinare macchine, quello che oggi chiameremmo hardware.

Gli esempi e le icone per provare quello che abbiamo appena affermato non mancano: Ada Lovelace, la scrittrice del primo programma informatico della storia nel lontanissimo 1833, le celebri “Eniac Girls”(Kathleen McNulty, Frances Bilas, Betty Jean Jennings, Elizabeth Snyder, Ruth Lichterman, Marlyn Wescoff) autrici delle istruzioni del primo computer programmabile degli Stati Uniti,  Mary Allen Wilkes, prima programmatrice donna del Mit, nel 1959. E la lista potrebbe continuare.

Quello che a ognuno viene da domandarsi leggendo tutto questo è: cosa ha causato, dal 1984 in poi, la progressiva mancanza di partecipazione femminile nel campo ICT? Perché è assolutamente necessario invertire la rotta? E cosa ne pensano oggi le dirette interessate?

coding

Donne e ICT: uno sguardo al futuro

Le cause di questa decrescita sembrano rintracciabili in almeno 3 motivi, strettamente interconnessi tra di loro:

✔ la comparsa dei primi personal computer nelle abitazioni private, come ad esempio il Commodore 64;

✔ l’elemento culturale e sociale, che ha portato milioni di famiglie sia negli anni 80 che 90 a regalare ai figli maschi un computer o comunque giocattoli elettronici, riservando per le bambine bambole e cucine giocattolo.

✔ un certo scetticismo, se non addirittura sessismo, che si è sviluppato sempre negli stessi anni e che si continua a perpetuare tutt’ora, e che pone l’uomo più capace di concentrazione e meno avvezzo all’ansia, quindi più adatto alla programmazione.

Proprio da questi errori commessi in passato, bisognerà ripartire per affrontare la nuova sfida che il futuro ci riserverà: il diffondersi, in maniera sempre più ramificata e in diversi settori, dell’automazione. Secondo un autorevole studio condotto dal McKinsey Global Institute, prendendo in esame le economie di Stati Uniti, Cina, India, Giappone, Canada, Uk, Germania, Francia, Sud Africa e Messico, 107 milioni di donne perderanno il lavoro di qui al 2030, mentre più di 40 milioni – dal 7 al 24% delle occupate totali ora nel mondo –  dovranno cambiare mansione. Anche gli uomini subiranno impatti analoghi dal diffondersi dell’AI e dell’automazione, ma il minore accesso alle competenze digitali rischia di restringere ulteriormente la partecipazione delle donne al mondo del lavoro e di allargare nuovamente il gap salariale con gli uomini.

Donne e ICT: testimonianze sul campo

Ora che abbiamo esaminato i motivi di questo gap e i problemi che il mercato del lavoro potrebbe riservarci in futuro, è giunto il momento di capire cosa ne pensano le dirette protagoniste. Proprio per questo motivo, abbiamo posto qualche domanda a Morena, developer per un’importante azienda italiana.

Perché hai scelto di diventare developer?

“Prima facevo (e continuo tutt’ora a fare) un lavoro creativo, che viene di solito valutato in “mi piace/non mi piace/ non ho capito/ fallo più grande”. Quando ho iniziato ad interessarmi al codice trovavo rassicurante che il risultato fosse semplicemente “funziona/non funziona”. Ho imparato successivamente che programmare è molto più di questo, e che anche il codice ha una sua qualità e bellezza”.

Perché, secondo te, alle ragazze non piace il coding? Quale pensi sia l’ostacolo principale?

“Lo stereotipo del programmatore è in generale non particolarmente accattivante, nell’immaginario comune sono sempre rappresentati da loschi hacker che dialogano con il Matrix oppure da nerd ultra-introversi. Uno degli aspetti più importanti della programmazione, a mio parere, è la sfida continua per migliorare l’esperienza

dell’utente sul web. Hai un’attitudine al problem solving? Dovresti dare una possibilità al coding”.

Pensi che esista ancora discriminazione per genere oggi in ambito lavorativo?

“Nell’ambito lavorativo degli uffici, in generale, sì. Magari non è plateale, ma esiste. Ci sono commenti sull’abbigliamento, sul non essere abbastanza solari e sorridenti (cosa che non ho MAI sentito dire ad un collega uomo), sull’essere “in quel periodo del mese” per aver difeso una propria idea in riunione. Tutte piccole cose, ma che fanno pensare che un tecnico donna in ufficio abbia anche la seconda funzione di pianta esotica, di quadro appeso che allieta l’ambiente”.

Quali opportunità vedi per le nuove generazioni nel mondo della tecnologia? Pensi ci sia posto per le ragazze nel tuo ambito?

“Altrochè! Le sviluppatrici esistono come le tantissime altre donne che lavorano nell’ambito della tecnologia. Avrei voluto che qualcuno mi avesse incoraggiata prima, negli anni di studio”.

Questo articolo è stato realizzato grazie al supporto, nella ricerca del profilo da intervistare e nei dati di settore rivelati, di R-everse e Reallyzation, innovativi strumenti di recruiting per profili altamente specializzati e per professionisti del settore ICT, da sempre attenti e attivi per risolvere questa problematica di genere nel mondo tecnologico del presente e del futuro.