Vi segnalo un'interessante articolo fcalizzato sul tema della rivoluzione dei piccoli enterpreneur a cura di Wikli
Qualcosa sta cambiando, dal basso.
C’è finalmente attenzione da parte degli organi politici all’imprenditoria giovanile e al digitale e c’è il Ministro Passera che con la task force creata qualche settimana fa ha dato un segnale forte. Il sistema è al lavoro per un decreto di supporto che verrà presentato tra poche settimane.
Ci sono i grandi movimenti da un lato e i piccoli segnali che uniti insieme possono realmente cambiare il panorama delle startup digitali in Italia. Diversi di questi avvenimenti sono visibili a tutti e sono sulla bocca di tanti nelle ultime settimane come l’azienda italiana venduta a Facebook (a proposito, complimenti!) e un’altra più navigata ceduta agli inglesi.
Ma sono altre le cose che mi stanno facendo credere che i cambiamenti in atto non sono evidenti solo grazie ai casi eclatanti, ma iniziano a radicarsi nella mentalità delle persone che lavorano tutti i giorni per costruire qualcosa di nuovo e in modo indipendente.
Ci sono tanti segnali, meno visibili ma che mi fanno comunque intuire che le cose stiano cambiando molto rapidamente anche qui in Italia. Mi riferisco agli sguardi di alcune delle persone che incontro ogni giorno per lavoro, alla determinazione con cui stanno portando avanti i progetti, all’umiltà con cui negli ultimi anni sono stati in silenzio a studiare i modelli americani di successo, le metriche e gli esempi di cose che già funzionano.
Ragazzi stufi di lavorare nelle grandi aziende italiane dove non si riesce ad incidere, dove i dirigenti sono al loro posto per chissà quali meriti, dove un manager di un prodotto web non può accedere alle statistiche del sito perché rischia di scoprire che il prodotto che sta gestendo ha bisogno di interventi scomodi per chi è sopra di lui.
Ragazzi che non hanno bisogno di partecipare alle diecimila business plan competition che ci sono in giro: il business l’hanno già creato, è in piedi e spesso macina già numeri dignitosi.
Solo nell’ultimo mese ne ho incontrati almeno quattro che mi hanno fatto capire come il gli anni bui delle startup digitali italiane siano passati e come in fondo al tunnel in cui siamo infilati ci sia una luce che inizia a brillare. Ragazzi ai quali faccio i miei complimenti per come stanno portando avanti i loro progetti e che mi danno ogni giorno un’enorme carica di energia.
Hanno startup più che valide ma che non vengono prese in considerazione dai VC: gli investitori italiani vogliono una rivoluzione tecnologica che nel nostro Paese non sarà possibile fino a che non ci saranno i capitali in grado di supportare startup che non hanno bisogno di fare ricavi al giorno uno.
Ma quando parli a questi ragazzi capisci che le competenze ci sono così come c’è la voglia di fare e la passione per quello a cui stanno lavorando. Loro non stanno cercando di costruire un nuovo motore di ricerca senza speranze come Volunia ma sono al lavoro su progetti concreti e sostenibili. A chi questi business sembrano troppo di nicchia o con possibilità di crescita non così eclatanti rispondo che in Italia abbiamo bisogno di startup capaci di fatturare in pochi anni qualche milione di euro - dieci o venti nei casi migliori - non di “one billion dollar companies”.
Complimenti quindi a lovli, a lovethesign, a thekidsboutik, a progettowedding, a commercialista.com e a adoroletuefoto. Questi sono i ragazzi che mi hanno dato energia in questo ultimo mese e ai quali spero di poter in qualche modo dare una mano in futuro.
Per cambiare dal basso il sistema sono necessarie tante piccole cose, è inutile inseguire chi dice che “ci vuole la Silicon Valley italiana”. Un ecosistema completo e costruito in 30 anni come la California non si mette in piedi di certo a tavolino.
C’è bisogno di coesione, di unire le forze, di collaborare e di aiutarsi l’un l’altro, di VC che non si facciano la battaglia dei poveri ma che lavorino insieme e uniti per un unico obiettivo.
