Recentemente si parla molto spesso delle tematiche descritte dal libro di Greg Horowitt e Victor Hwang, intitolato “Rainforest, The secret to building the next Silcon Valley”.



Gli autori che da molti anni operano nel campo del venture capitalist pur partendo dal concetto di libero mercato, tuttavia smontano alcuni fattori chiavi del modello di concorrenza stile neoclassico, evidenziando come molto spesso le barriere all’entrata e i relativi costi associati esistono e come; in questo caso gli autori si riferiscono a specifiche barriere: quelle sociali. Cosa s’intende? Le barriere sociali sono ad esempio la lingua, la diversità di cultura, la presenza di gruppi sociali e anche caratteristiche  intrinseche come la mancanza di fiducia, concetto fondamentale per chi deve innovare e avviare qualcosa di nuovo.

Il superamento di di questi ostacoli può comportare dei costi molto elevati, che possono impedire l’implementazione di relazioni  sociali strategiche, efficaci e nutrimento per coltivare e far crescere qualcosa.

Ecco il concetto di Rainforest ovvero foresta pluviale, che secondo gli autori, nonostante sia un luogo che può apparire visibilmente disordinato e confusionario, tuttavia può rappresentare l’ambiente ideale per favorire il seed  e la crescita di nuove varietà.  Gli autori altresì  evidenziano che in contesti tradizionali e ben organizzati  tipici del classico modello economico del campo agricolo, che viene concimato e coltivato con razionalità e meticolosità per ottenere il massimo del raccolto standard, non si prestano bene nel caso in cui si debbano creare nuove specie (le startup e le nuove idee di business).
Un altro vantaggio del Rainfroest è quella di essere capace di abbassare i costi di transazione ovvero quei costi che non riguardano tanto la produzione e la realizzazione di un dato bene o servizio, ma quelli che riguardano l’attività di scambio e commercializzazione.

In un simile contesto di barriere sociali,  la proliferazione di relazioni fruttifere può essere resa possibile solo attraverso delle figure dette Keystone, una sorta di mediatori proattivi ed abili ad attivare e collegare i differenti attori sociali coinvolti.

Pertanto è evidente che non bastano le condizioni di libero mercato e libera concorrenza per favorire l’innovazione e la crescita economica, altrimenti non si spiegherebbe perché non è così semplice replicare in altre parti del mondo, con facilità ambienti e contesti simili a quelli della Silicon Valley.

L’approccio della Rainforest richiede un approccio knowoledge oriented, la presenza di fiducia tra le parti coinvolte, l’idea del processo sperimentale condiviso e collettivo, l’assenza di comportamenti egoistici , la cultura della learning by experience. Infatti va sottolineano che è importante diffondere una cultura basata sull’etica del fallimento da intendere come canale di scivolo verso il concetto di miglioramento continuo.

Recentemente (15 Giugno a Roma) c’è stato anche  un evento chiamato italian Rainforest finalizzato ad accendere il dibattito su come far sviluppare nel panorama italiano dell’imprenditoria digitale una sorta di Silicon Valley Italiana. Durante l’evento si è provato ad applicare il modello di Greg Horowit e  Victor Hwang, attraverso l’idea della condivisione. L’idea è partita da Working Capital: la discussione è iniziata in maniera semplice attaccando post-it all’Opificio Telecom Italia e ora è aperta a tutti attraverso un form che trovate on line facendo click qui.




E voi che cosa pensate? E’possibile creare una Silicon Valley Italiana? Di cosa abbiamo bisogno?

SE volete esaminare e avere maggiori approfondimenti sul tema del Rainforest vi suggeriamo di leggere i seguenti articoli oltre che naturalmente il libro. Gli articoli suggeriti sono a cura di Lorenzo Tondi e sono stati pubblicati sul sito di
www.workingcapital.telecomitalia.it:

1) Come esportare la Silicon Valley Rainforest: un'introduzione

2) Il modello Rainforest dalla teoria alla pratica (assiomi e regole)

3) Rainforest come si fa una Silicon Valley Italiana