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La fase che il mondo sta attraversando rappresenta un delicato crocevia economico. I più grandi economisti non hanno un’opinione univoca sulla situazione attuale: questa crisi economica quanto durerà?
Ritengo che uno dei barometri principali di tale questione sia rappresentato dal petrolio.
Esso era noto sin dall’antichità per le sue proprietà terapeutiche, veniva utilizzato per alimentare le lampade ed a scopi bellici e fu introdotto in occidente come medicinale dagli arabi.
Con la scoperta e l’impiego del motore a combustione, il petrolio divenne la principale fonte di energia utilizzata per muovere la maggioranza dei veicoli. L’industria petrolifera nacque intorno alla metà del 1800 negli Stati Uniti ad opera di Drake, ed a tutt’oggi è una delle materie prime più importanti al mondo. Basti pensare che la quasi totalità dei mezzi di locomozione è alimentata da derivati del petrolio ottenuti mediante ebollizione. Il consumo di questa materia prima è di gran lunga superiore rispetto ad altri tipi di carburante (p.es. gas, bioetanolo).
L’importanza economico - industriale dell’oro nero è fondamentale per capire alcuni conflitti mondiali e regionali avvenuti in anni recenti.
Geograficamente l’area medio orientale è la più ricca di tali giacimenti (l’Arabia Saudita è il principale produttore al mondo con circa il 22% del totale, seguito dall’Iran 11,4% , Iraq 9,5% , e dal Kuwait 8,1%) , al secondo posto si attesta il continente americano (Usa 2,5%, Messico 1,1% , Venezuela 6,6% , Brasile 1% ), poi l’Africa (Libia 3,5%, Algeria 1%, Nigeria 3%), le Repubbliche ex sovietiche (Russia 6,6 % , Kazakhstan 3,3%). Il primo produttore in Europa è la Norvegia con lo 0,7%, mentre l’Italia produce lo 0,06 % del totale mondiale. Sul versante dei consumi, i primi a livello mondiale sono gli Usa con il 24,1 %, poi Cina 9%, Giappone 6%,Germania 3,2%, India 3,1%, Italia 2,2% (Fonte BP Statistical Review of world Energy June 2007).
Assume pertanto estrema rilevanza l’aspetto temporale, ovvero: quanto durerà il petrolio?
Gli esperti non sono concordi in tal senso e ciò è dovuto a vari fattori:
- nessuno conosce con certezza le reali riserve petrolifere (esse sono calcolate sulla probabile capacità degli attuali pozzi petroliferi e su scoperte future di ulteriori giacimenti);
- con l’aumento del costo al barile, si potrebbe attingere ad alcuni giacimenti il cui sfruttamento è attualmente antieconomico;
- la diffusione e l’impiego delle fonti di energia rinnovabile. Queste ultime sono la grande speranza di tutti, potrebbero inizialmente affiancare il petrolio in alcuni casi, per poi soppiantarlo in futuro.
Come per l’oro anche il valore di un barile di petrolio è espresso in dollari (Bretton Woods, v. mio precedente articolo sull’oro); i due mercati principali per lo scambio del petrolio si trovano a New York (Wti) ed a Londra (Brent) e sono entrambi di proprietà americana.
Un complesso intreccio di ragioni politiche, economiche e monetarie rendono estremamente difficile capire e quindi prevedere le variazioni della quotazione al barile:
- Il cartello dei principali paesi produttori di petrolio (Opec) è formato in larghissima maggioranza da paesi arabi;
- Instabilità politica della regione mediorientale;
- Quotazione del dollaro.
L’indebolimento del dollaro, ma soprattutto le tensioni tra Usa ed Iran hanno fatto registrare il massimo storico l’11 luglio 2008: 147,27 dollari al barile. Con le attuali tensioni politiche e la persistente crisi economica il valore oscilla ora tra i 70e gli 80 dollari.
E’ curioso notare come la quotazione subisca una ripercussione in negativo o positivo in base alle previsioni comunicate da analisti più o meno importanti e non dall’economia reale .
Chi vuole cimentarsi nell’investimento (in base al patrimonio ed alla propensione al rischio) può scegliere tra gli Etf (che possono replicare la quotazione del petrolio, oppure le maggiori aziende petrolifere), in alternativa può acquistare direttamente azioni di aziende del settore (in questo caso la scelta è molto ampia) prestando particolare attenzione al cambio se si scegliessero società non appartenenti alla zona UE. Questo investimento ad oggi parrebbe un’ottima opportunità, poiché la ripresa economica (e di conseguenza l’attività produttiva) non può ancora prescindere dall’oro nero, aspetto sul quale quasi tutti gli analisti concordano.
Buon Timing a tutti.
Max Bol
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